Semplice eleganza
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Scritto da Frédéric Pascali "Ripensandoci" (anno III, n. 7, lug 2010) Attenzione: apre in una nuova finestra. StampaE-mail

Cultura

 

Il Medioevo, tra fede
e superstizioni


di Frédéric Pascali


Nel Medioevo la religione si esprimeva attraverso connotazioni multiformi che variavano da soggetto a soggetto.

Nel popolo esisteva una specie di forma di schizofrenia religiosa. Se da un lato esso esprimeva una forte disistima per il Clero, dall’altro le sue espressioni erano accompagnate da una grande deferenza per lo stato sacerdotale. Vi era una naturale attitudine antropologica che in qualche maniera regolava i comportamenti delle classi sociali più abiette, che poi erano notoriamente anche le più numerose.
In questo clima non ci si poteva stupire della recrudescenza di fenomeni paralleli alla religione, o meglio di “superstizioni”.
La linea di demarcazione più palesemente netta, e di difficile annullamento, tra Chiesa e “superstizioni” era quella rappresentata dal rapporto con la Morte.
La Chiesa, in particolare con Sant’Agostino, aveva sottolineato due imprescindibili postulati. Entrambi ruotavano attorno alla figura del “corpo”.
Da un lato si attribuiva una scarsa importanza al rito della sepoltura e al corpo del morto in sé per sé. Non era fondamentale la sua “decantazione”. dato che il compito principale dei chierici era quello della salvezza dell’anima.
Dall’altro si contrapponeva il privilegio che dalla Chiesa veniva accordato a certi morti e ai loro relativi corpi. Costoro erano i Santi e l’urgenza maggiore del clero era di stabilire l’incomparabile eccellenza delle loro spoglie mortali.
Fin dall’epoca carolingia la preoccupazione maggiore delle gerarchie ecclesiastiche era quella di evitare che pratiche funerarie “superstiziose” si mescolassero a quelle caldeggiate da essi stessi.
In tal senso esisteva una specie di “libretto di istruzioni” redatto dall’Arcivescovo Incmaro di Reims.
Facendo riferimento alle direttive enunciate nel concilio di Nantes del 658, in esso si vietava ai chierici di partecipare alle commemorazioni dei morti celebrate nel settimo e nel trentesimo giorno dopo il decesso, come pure in occasione dell’anniversario stesso della morte.
Particolare attenzione era poi riservata alla “decenza” dei comportamenti.
I preti non dovevano cogliere queste occasioni per ubriacarsi. Era altresì vietato loro di brindare all’anima del morto, di partecipare a banchetti celebrativi o di assistere a giostre, o tornei d’ogni tipo messi in opera con lo stesso intento.
Ma il dato più interessante contenuto in queste norme di comportamento era quello che riguardava le “maschere”.
Le larvae o talamascas avevano un’accezione che faceva subito pensare a un rapporto diretto con i morti. Si pensava potessero evocare le ombre, il doppio del “corpo”. Da qui la “superstizione” diffusa che le maschere rendessero, coloro che le indossavano, dei posseduti dei morti.
Difatti il termine classico larva indicava uno spirito malvagio, reinterpretato dalla Chiesa come un dannato o un demone.
Il diavolo e i demoni erano le figure cristiane della maschera. Il loro atto sacrilego era quello di “trasformare” i visi, cosa impensabile per un uomo creato “a immagine di Dio”.
Stessa cosa dicasi per la parola utilizzata da Incmaro: talasco. Era di origine non chiara, ma sicuramente di ceppo germanico. Rafforzava ulteriormente la terminologia funebre di tutto il rituale e durante l’intero Medioevo si identificava con il significato collegato al senso d’imbrattare, annerire il viso. Era questa la definizione più calzante con la forma più frequente della maschera medievale: il rivestimento spalmato.
Il termine si evolverà poi nel Trecento con il francese talemaschier, fino ad arrivare a masca, parente stretto dell’attuale, con il significato di spirito o strega notturna divoratrice di bambini.

Approfondimenti

Per saperne di più

Bibliografia

-
Schmitt Jean-Claude, Medioevo superstizioso, Laterza, 1997.
- Huizinga Johan, L’Autunno del Medioevo, Newton Compton, 2007.

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