Semplice eleganza
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Scritto da Sergio D'Amico "Ripensandoci" (anno III, n. 7, lug 2010) Attenzione: apre in una nuova finestra. StampaE-mail

Cultura

 “Blaxploitation”

L’attenzione per la gente di colore
negli USA si trasformò in un fenomeno cinematografico di cassetta


di Sergio D'Amico


L’industria cinematografica “a stelle e strisce” ha sempre saputo cogliere l’attenzione del pubblico verso particolari argomenti, al fine di realizzare grossi profitti.

E questo è avvenuto anche alla fine degli anni Sessanta, in concomitanza con la presa di coscienza, da parte della popolazione afroamericana, della propria reale condizione, con conseguente rivendicazione dei propri diritti. In quel periodo, prosperò, infatti, un particolare genere filmico, rivolto proprio ai neri d’America e ai loro problemi, noto come “Blaxploitation”: fusione dei termini “Black” (nero) ed “Exploitation” (sfruttamento).

In principio fu Poitier

Fino ad allora, gli attori di pelle nera erano stati impiegati in ruoli secondari, il più delle volte macchiettisti o caricaturali. Ma, in seguito alle proteste per la segregazione razziale, e alle rivolte nei ghetti neri, anche a Hollywood si sentì la necessità di dare maggiori visibilità e rispettabilità alla gente di colore. Nel 1967, infatti, furono girati due film, entrambi vincitori di Oscar: “La calda notte dell’ispettore Tibbs” e “Indovina chi viene a cena”. In ambedue i casi, il protagonista - Sidney Poitier - interpretò ruoli di grande dignità: rispettivamente, un funzionario di polizia e un medico. Tuttavia, i critici più radicali fecero notare che questi personaggi erano lontani dalle reali condizioni di vita della maggior parte dei neri, e che non rispecchiavano appieno la rabbia delle migliaia di discriminati dall’”Establishment” bianco.

Shaft e gli altri

La lacuna fu colmata, nel 1971, da “Shaft”. Qui, il protagonista era un detective privato di Harlem, vicino al movimento delle “Black Panthers”, che affrontava a viso aperto sia la criminalità che la dilagante corruzione della polizia (formata quasi interamente da bianchi) con metodi spicci e un po’ antipatici. L’enorme successo ottenuto portò a ripetere la formula, l’anno successivo, con “Super Fly”. Dove la “star”, questa volta, era uno spacciatore di eroina in cerca di redenzione; ostacolato, in questo, dagli agenti corrotti della Squadra Narcotici (anch’essi bianchi). Entrambe le pellicole si denotavano, inoltre, per le colonne sonore; le prime a introdurre i generi “Funk” e “Soul Jazz” nel mondo del cinema. E, per accontentare le femministe, nel 1973, arrivò “Cleopatra Jones”: praticamente, una “Shaft in minigonna”. 

Un genere redditizio, ma effimero

Da allora in poi, fu un susseguirsi di film poco originali. Che, spesso, risultarono ripetitivi nei temi, nei personaggi e nelle situazioni, finendo con il copiarsi a vicenda. Per sfuggire alla monotonia, si tentarono escursioni in altri generi, come l’horror, le arti marziali e il filone carcerario. Ma i tempi erano cambiati: archiviata la tragedia del Vietnam, e digeriti i veleni del Watergate, le sommosse nei ghetti, così come quelli nelle università, cessarono. La gente voleva guardare avanti, con ottimismo, e dimenticare il passato. Così, gli afroamericani divennero protagonisti di più rassicuranti “Sit – Com” televisive, allineate al rinato conformismo, tanto caro ai bianchi d’America. Shaft e i quartieri poveri avevano ceduto, ormai, il passo a Tony Manero e ai lustrini delle discoteche.

Approfondimenti

Bibliografia

- Laura Morandini, Luisa Morandini, M. Morandini, “Il Morandini 2009”, Zanichelli, 2009.
- P. Farinotti, “Il Farinotti 2009”, Newton Compton, 2009.
- Mymovies.it – Il cinema dalla parte del pubblico.
- The Internet Movie Database.

Redazione

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