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![]() | L’impresa dei Diecimila |
smarrita dopo lo sterminio dei precedenti capi, le travagliate tappe verso il Ponto Eusino costituiscono la fitta trama dell’opera greca “Anabasi”. Valerio Massimo Manfredi nel suo libro “L’armata perduta” (Mondadori, 2007) riprende il tessuto narrativo del greco, riproponendolo, però, sotto una luce completamente diversa e innovativa. Per la prima volta la voce narrante è quella di una giovane donna: categoria che nell’antichità aveva raramente un ruolo influente e che non godeva del rispetto del cosiddetto “sesso forte”.
Dalla storia alla letteratura contemporanea
Lo storico greco Senofonte, intorno al 394 a. C., compose una delle sue più famose opere, l’“Anabasi”. Il racconto si basa sulla vera vicenda che coinvolse personaggi influenti sia della Grecia che della sua eterna rivale, la Persia. La storia dei due paesi si interseca con la vita dello scrittore ateniese.
Senofonte, infatti, alla caduta del regime dei trenta tiranni è costretto ad abbandonare Atene e, su suggerimento dell’amico Prosseno, si arruola nell’esercito mercenario alle dipendenze di Ciro. La motivazione “ufficiale” è sedare una rivolta in Pisidia. Il vero intento, invece, spodestare il fratello, il gran re Artaserse II.
La trama
La storia inizia e termina a Beth Qada. A cominciare la narrazione è una fanciulla del villaggio che ha salvato con alcune amiche una sconosciuta appena lapidata. La parola passa poi alla protagonista, che riporta alle giovani, attonite e curiose, la sua vicenda.
«Era una storia di avventura, di amore e di morte, vissute da migliaia di persone che aveva sconvolto l’esistenza di Abira strappandola alla vita tranquilla e sempre uguale [...]».
Le speranze di una vita assieme all’uomo amato sono disilluse dal comportamento indifferente e sprezzante di Xeno e dalla sua «fredda lucidità». Del resto nel mondo antico la donna non era considerata un “vero essere umano”. Il suo ruolo era limitato alla procreazione, all’ubbidienza e alla sottomissione agli uomini (padri, mariti, figli).
La fanciulla resiste con fermezza e pazienza fino alla fine. Fino all’abbandono dell’uomo amato, fino al ritorno al suo villaggio, consapevole che lì sarebbe andata incontro alla morte.
La forza della protagonista è evidente sin dalle prime pagine. Le sue scelte, dettate dal cuore, l’hanno condotta verso una delle esperienze più importanti e fondamentali della sua vita. Mai un rimpianto, un tentennamento, al contrario di Xeno, che, a esempio, la lascia con una facilità disarmante.
Abira è una contadina, impara a capire il greco, in parte anche a leggerlo. Scruta il mondo, desiderosa di apprendere il più possibile e di entrare a farne parte appieno. La giovane cerca con coraggio di salvare le altre donne dell’esercito. Lei inorridita dai continui massacri, dalle perdite subite, dalla disumanità delle condizioni di vita, non demorde e lotta per la sua sopravvivenza e per il suo amore.
«L’irruenza, i complotti, la furia cieca degli uomini appaiono sempre, in queste pagine, come filtrati dalla ferma dolcezza, dalla infinita capacità di sacrificio delle donne». Ogni evento, ogni comportamento è visto attraverso i suoi occhi, è raccontato con l’emozione e la sensibilità tipicamente femminile. È lei la vincitrice. Ha piegato il destino che sembrava averle voltato le spalle.
Ogni suo gesto, ogni pensiero, è colto e abbracciato con passione in lontananza da qualcuno che è rimasto nell’ombra a vegliare su di lei.
Ed ecco che la conclusione del romanzo svela un inaspettato lieto fine e la delicatezza e la forza di questa donna viene premiata.
Approfondimenti
Bibliografia
- V.M. Maffredi, “L’armata perduta”, Mondadori, 2007.


